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Stefano Converso

Quattro passi nell’innovazione: intervista a Stefano Converso

La cultura del BIM e gli aspetti chiave del cambiamento

Intervista all’arch. Stefano Converso, Professore presso il Dipartimento di Architettura, Università degli Studi Roma Tre, a cura dell’ing. Simone Garagnani

1 – Si parla molto di BIM, molte volte equivocandone significato e contesto, ma è davvero già possibile oggi la formazione consapevole degli operatori? Si può cioè agevolare una transizione, prima di tutto culturale, della classe professionale di imprenditori e progettisti abituati a filiere tradizionali consolidate, verso un modo di immaginare il progetto radicalmente diverso, più vantaggioso ma nel contempo più controllato e responsabilizzante?
Il problema, come giustamente detto, è di ordine culturale. La diffusione del BIM sta portando alla nascita di specialismi, di tecnicismi e di un gergo, tratto in parte dalla rigida definizione dei ruoli di stampo anglosassone, ma che rischia di venire interpretata come l’ennesima figura tecnica. Figura rassicurante, perché dà un ruolo chiaro ai giovani, permette di incasellare il tema ai Project Manager, e allo stesso tempo, simmetricamente e direi positivamente, di allocare risorse di budget. Il problema nasce però quando questa figura deve agire, e spesso deve farlo in contesti tradizionali. Il problema nasce quando la volontà di ritagliarsi un ruolo tecnico finisce per avere un sostanziale effetto di conservazione dell’esistente. La “società di servizi BIM” è una contraddizione in termini, per certi versi, perché deve far crescere le strutture, ma allo stesso tempo dovrebbe sovvertirle, e cambiare essa stessa pelle, per coerenza. Basti sapere che la società statunitense che più ha diffuso e fatto crescere questa figura in tempi non sospetti, la newyorkese CASE ha scelto di “confluire” in una società con uno spettro di intervento più ampio nel processo edilizio. Chi si occupa di BIM deve sapere che il suo primo ruolo è sovvertire le strutture, non aspettare di rispondere a richieste che provengono da figure tradizionali. Mi viene da dire che la vecchia e forte distinzione tra le “due culture”, la umanistica e la tecnica è uno dei più forti temi da affrontare.

2 – Dalla tua esperienza di progettista e coordinatore, qual è la maggiore debolezza del “sistema progetto” in Italia in questo momento e come può essere immaginato l’immediato futuro della progettazione? Quale visione d’insieme cioè deve necessariamente possedere un progettista di oggi per essere competitivo anche domani?
Sempre più committenti esteri, ma anche italiani, penso ad esempio al progetto “10 città” di Telecom Italia, forniscono una domanda di “servizi integrati di progettazione”, a cui bisogna rispondere mediante compagini e aggregazioni di professionisti che devono dialogare tra loro, e costruire reti di intelligenze. La gestione di queste reti è il nodo cruciale, e comporta la formazione di figure che si aprano ad un approccio manageriale alla progettazione ma conoscendone i problemi e i percorsi di soluzione. E sul mercato si tende sempre a renderle al contrario “reti di specialisti”, che di fatto hanno tutti gli ingredienti ma non costruiscono a volte il giusto amalgama. Per me Architetto, si tratta di rendere il progettista un “design manager”. E’ una via che cambia i profili di responsabilità verso modelli di Joint Liability. E verso posizioni professionali meno confortevoli, ma anche verso progetti più densi di significato.
3 – Il BIM, inteso come processo, è una sorta di ecosistema dove gli attori coinvolti dovrebbero trovare nelle loro diversità settoriali quel plus-valore che conferisce qualità al progetto. Per giungere a questo scopo però occorre un linguaggio comune che necessariamente deve passare dagli strumenti utilizzati: credi che l’interoperabilità software sia un obiettivo già raggiunto o esistono problematiche endemiche non ancora facilmente superabili?

L’interoperabilità va al cuore del problema. Il problema è che la si riduce troppo a un tema software, quando è un tema professionale. Mi spiego meglio: recentemente sono nate figure professionali basate su forti competenze software ma che si sono collocate proprio nei “punti di passaggio del processo”, spesso come società separate di consulenza. Una per tutte la bellissima e nobile “DesignToProduction”, che cito sempre, ormai storica. E’ stato questo il segno più evidente e profondo legato alla importanza della interoperabilità. E’ probabile che anche queste figure, in qualche modo specialistiche finiscano per dover confluire in diverse strutture professionali. Molte di esse, paradossalmente soffrono del fatto che il panorama intorno ad esse muta, si evolve, e devono mutare anch’esse, se non vogliono rischiare di scomparire. E’ difficile che una procedura si possa riutilizzare in senso stretto. Per il recente progetto delle superfici a doppia curvatura dell’Auditorium della “Nuvola” abbiamo scritto più di 29 procedure, e parte di esse sarebbero anche riutilizzabili. Ma mi chiedo sempre quanto esse non siano inscindibili dal modo e dal contesto, e dalle persone stesse che le hanno prodotte. Quelle, sì, sono riutilizzabili. D’altro canto c’è una interessante, e davvero prolifica produzione di nuovi strumenti. Ma sono, ovviamente e naturalmente, personalizzabili e frutto di ambienti di programmazione “mediali”. E chi li agisce dunque? Diciamo che la platea si allarga, questo è certo. Ed è una bella opportunità, ma per figure veramente nuove, che difficilmente potranno essere “tecnici del software”.
4 – Di questi tempi si sente parlare spesso di innovazione come una sorta di esorcismo contro la crisi. Quali sono i caratteri di “innovazione diffusa” che ci dobbiamo aspettare nei prossimi anni e come possono aiutare a superare il momento critico del settore delle costruzioni, non solo nel modo di operare dei professionisti ma anche nel quadro economico, normativo e dell’informazione? In altre parole, è possibile aspettarsi una transizione definitiva verso l’approccio BIM ai vari livelli?
Innovazione è una parola chiave, purtroppo abusata, ma anche BIM lo è! Ci credo personalmente molto, e la lego al tema del cambiamento, anche e soprattutto personale. La prova l’abbiamo avuta nel recente gruppo universitario costruito per la preziosa esperienza del Solar Decathlon 2014, in cui tutti gli studenti partecipanti hanno avuto un grosso processo di crescita, legato sì, all’uso di un modello BIM complesso, ma soprattutto alla esperienza personale di “caduta” di alcune barriere professionali, e umane. Il “tecnico del software”, è una figura che semplicemente non aveva necessità di esistere. Ma il gruppo si fondava su una cultura software di fondo, condivisa innanzitutto ( i ragazzi sanno quanta enfasi abbia dato e dia alla “documentazione” del lavoro, e quanta resistenza abbia dovuto abbattere), fatta di scambio e di rottura dei “tecnicismi”. Se il principale strumento dell’architetto contemporaneo è il telefono, nel caso del gruppo è stato la “investigazione dell’altro”, le domande alle aziende, ai consulenti, agli specialisti dentro e fuori dall’università. Un’arte “sociale” e politica che è essenziale all’ambiente innovativo. E che ha comportato diverse rotture, e compromessi, ovviamente, ma mai una transizione pacifica. Una rottura, fortissima, era portare tutti a studiare, investigare le tecniche, ma evitare che tutti vi si rifugiassero. Ed è anche successo ad alcuni, presi dal fascino inevitabile di diventare dei preziosi tecnici. E’ una questione culturale, che per fortuna trova riscontro in movimenti bellissimi come il Coder Dojo di Agnese Addone e Marco Vigelini, ma anche, sempre in Italia, nell’impegno imprenditoriale e personale della rete di Fonderie Digitali, tanto per fare esempi non strettamente BIM-edilizi (anche se la stampante “a grande scala” di WASP da poco celebrata meriterebbe una intervista a parte). Tutte esperienze inscindibili da un sapere tecnico. Alla luce di questa e di altre esperienze quindi ho visto l’innovazione attuarsi. E, fenomeno interessante, fare da catalizzatore. Ho conosciuto e conosco, intraprendendo certe strade, realtà interessanti e aperte. Ma che non fanno sconti. Il processo di crescita BIM è globale, e non ho dubbi che progredirà, come non li avevo nell’epoca pionieristica in cui si discuteva negli storici spazi italiani della rete dedicati al BIM e si viaggiava all’estero, parlando con quelli che poi hanno sviluppato Grasshopper (David), CASE (David, Steve e Federico), Dynamo (Ian), Prezi (Adam), e potrei citarne tanti. Solo per dire che la questione, per me è sempre comunque innanzitutto personale. Ci sono professionisti italiani che conosco e seguo, che lavorano in BIM in modo avanzato già ora. Magari lavorando a progetti “comuni” e poco noti. Il quadro normativo, dell’informazione necessiterebbe di tanto altro spazio, e ci sarebbe molto da dire, ma ne parleremo, immagino, di nuovo e insieme ad altri, proprio qui su INGENIO.