BuildingSmartItalia
  1. BuildingSmartItalia
  2. Opinione
  3. Alla Fine dell’Inizio: buildingSmart Italia e la Nuova Stagione (dell’Incertezza) Digitale

Alla Fine dell’Inizio: buildingSmart Italia e la Nuova Stagione (dell’Incertezza) Digitale

Il convegno organizzato da buildingSmart Italia il 9 Marzo 2018 presso il Politecnico di Milano, dedicato alla digitalizzazione nei Lavori Pubblici, che ha visto una folta affluenza di uditori, aveva il compito di segnare la conclusione del mandato dell’attuale consiglio direttivo, in una sorta di ideale staffetta, in cui il passaggio di testimone avverrà il 4 Maggio 2018.
Questo mandato, come testimoniato dall’evento milanese, è stato contrassegnato essenzialmente dal ruolo significativo che l’associazione ha svolto nel sollecitare il governo (oggi uscente) nel predisporre il testo conosciuto come DM 560/2017.
Ciò acquisisce particolare valore nella misura in cui il provvedimento rientra in una più ampia strategia di digitalizzazione del settore e, in particolare, delle infrastrutture (tra tutte le iniziative, giova ricordare Smart Roads) che il dicastero competente e la Presidenza del Consiglio dei Ministri in questi anni hanno avviato: di tutto questo ampia e importante riferimento è stata la lettera inviata al rettore del Politecnico di Milano, Ferruccio Resta, da parte del ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Graziano Delrio.
Più in particolare, il governo ha varato un imponente programma di investimenti di lungo termine, i cui effetti migliori si vedranno probabilmente negli anni avvenire.
Le tracce dell’operato proficuo di buldingSmart Italia sono state delineate con grande puntualità dal presidente, Stefano Della Torre: esso si è dipanato entro le due polarità istituzionali della cogenza e della consensualità, complementari e, al contempo, talvolta, dialettiche o dialogiche, costituite dalla configurazione del decreto ministeriale nella cornice del quadro comunitario, come narrato da Pietro Baratono, che è stato presidente della commissione ministeriale incaricata della redazione della bozza del disposto, e dalla produzione delle norme della serie UNI 11337, come descritto dal presidente dell’UNI, Piero Torretta, e da Alberto Pavan, che ne è il coordinatore.
Al contempo, uno dei sostrati culturali che ha permeato la produzione normativa è stato il programma di ricerca InnovANCE, presentato da Bruno Daniotti, che ne è stato responsabile gestionale, che ne ha anche illustrato le evoluzioni successive e attese.
buildigSmart Italia, in questa occasione, è stata affiancata da AssoBIM, la recente associazione nata per consolidare la cultura digitale sul mercato, come ricordato dal suo presidente, Adriano Castagnone.
Nella sfera intermedia tra la produzione legislativa e quella normativa il Politecnico di Milano si è mosso con efficacia, grazie alle azioni di ricerca operativa attuate, come ha esemplificato Giuseppe Di Giuda a proposito della scuola di Melzo, delle linee guida RAI e delle procedure competitive iniziate dalla Regione Sardegna.
Del resto, a proposito dei centri di competenza, Stefano Della Torre ricordava giustamente il rilievo della Università degli Studi di Napoli Federico II, come polo complementare di equilibrio territoriale.
Lo spazio della digitalizzazione del settore si distende, tuttavia, tra i territori della riforma delle amministrazioni pubbliche, come spiegato da Michela Arnaboldi, e quelli di Impresa 4.0, appena ricordati da Ferruccio Resta.
Se, infine, la Domanda Pubblica assume un ruolo determinante nel processo, non meno rilevante può essere quello assunto dalla Offerta Privata, come ribadito dal vice presidente di ANCE, oltre che presidente di Assimpredil, Marco Dettori.
Quali, tuttavia, le conclusioni per un nuovo inizio?
Al di là della situazione politica nazionale, di estrema incertezza, non solo dal punto di vista del breve periodo, se si considera la prospettiva dell’evoluzione della Unione Europea lungo l’asse franco-tedesco, che si concreterà pure nella Piattaforma Europea Digitale per la Costruzione, restano alcuni elementi distintivi: la polverizzazione dimensionale e culturale di tutti gli attori; la difficoltà della committenza nel tradurre in impegni effettivi di spesa gli investimenti stanziati; la complessità amministrativa; i ritardati pagamenti; l’iniquo compenso; la scarsa tutela della imprenditorialità strutturata, e così via.
Epperò, al di là di tutto ciò, che fa sembrare titaniche le intenzioni di riqualificazione della Domanda Pubblica e di riaggregazione della Offerta Privata, anche la potenzialità di una politica, o almeno di una strategia industriale, appare assai ridotta, così come, nello scacchiere geo-politico complessivo, il ruolo del Nostro Paese, in attesa di una normalizzazione del panorama, entro scenari imprevisti e imprevedibili.
Ecco, allora, che forse, accettando che i processi di digitalizzazione siano permeati da incognite, a causa della loro intima natura computazionale, occorre adottare un approccio contraddistinto dal disincanto che, tuttavia, non è sinonimo di cinismo, ma che è attitudine consapevole sia dell’uso retorico che si fa della parola «innovazione» sia dal fatto che la formulazione di linee e di orientamenti strategici che vadano oltre le linee guida e il monitoraggio richiederebbero un governo con una prospettiva quinquennale che intendesse effettuare specifici investimenti nella scia delineata dalle parole del Signor Ministro: pro tempore.
Lasciando ad altri Stati Membri della Unione, che ne hanno la capacità, la definizione di strategie di medio e di lungo periodo, è forse possibile concentrarsi sulle contraddizioni ultime che, in ogni caso, caratterizzerebbero le svolte digitali, sulle velocità differenziate di maturazione digitale degli operatori, sulla dialettica tra esponenti della Domanda, silenti e probabilmente oppositivi, e rappresentanti dell’Offerta, critici ma forse propositivi.
Chi, dunque, potrebbe esercitare questa funzione di supplenza, nella necessaria latitanza tra le due eventualità del consolidamento di una cultura di governo di alcune forze politiche e della ristrutturazione di altre che la posseggono?
L’Accademia e gli istituti di ricerca, i corpi intermedi, le associazioni culturali?
L’Offerta, in effetti, oltre che essere Privata è spesso anche Provata, talvolta stenta a riconoscere le modifiche strutturali che la recessione selettiva ha apportato (al di là della mortalità delle organizzazioni e della perdita occupazionale), fatica persino magari a riconoscere i segnali della ripresa, sia pur timidi.
La Domanda, talora anagraficamente troppo attempata per divenire digitale, non raramente demotivata, appare ancor più cristallizzata.
Certo, su entrambi i versanti iniziano a emergere esempi e casi di straordinario interesse, confermando la tendenza disomogenea degli andamenti evolutivi del mercato digitalizzato: e non solo.
Ma, ancora una volta, a chi spetta l’onere di farne exempla trascinanti, di condurre la micro e la piccola organizzazione, committente, professionale, imprenditoriale, a una, almeno in parte, radicale riconfigurazione?
L’impressione epidermica è che il testo ministeriale, pur in un con-testo propenso intrinsecamente, bon gré mal gré, alla digitalizzazione, possa subire una sorta di isolamento o, addirittura, finisca nel riflusso della revisione del codice dei contratti pubblici, ma, più che questa eventualità, ciò che preoccupa è l’assenza di un «sistema» delle costruzioni che, per la Domanda, non riesca a irretire come d’abitudine ogni sforzo riformista e, che per la Offerta, non si disunisca alla prima criticità, come inevitabilmente avverrà, o potrebbe avvenire, colla revisione del D.Lgs. 50/2016 e s.m.i., poiché, come osservava recentemente Phil Bernstein, nel corso della manifestazione menzionato, le ragioni delle parti in causa sono deterministicamente differenziate, incommensurabili, persino contrapposte, a fronte di uno scenario probabilistico, metrico, collaborativo.
Carlo Calenda, che della sfida digitale è stato, in questo governo incumbent, protagonista, assieme a Graziano Delrio, ha indicato molto bene due elementi sostanziali della evoluzione: l’incertezza dovuta alla digitalizzazione come computazionalità che porta alla Artificial Intelligence di cui parla Randy Deutsch, di interesse delle punte avanzate della grande trasformazione, citato anche egli nell’evento, e l’analogicità di una porzione grande del mercato, al centro della lenta transizione.
Siamo in presenza di un grande esercizio di pazienza: il disincanto deve essere, infatti, sinonimo di umiltà a fronte di fenomeni ignoti, da esperire.
In questi giorni a Barcellona, al BIM Summit, il presidente di buildingSmart International, Patrick MacLeamy agitava lo spauracchio, effettivo, dei newcomer, degli estranei che si impadronirebbero potenzialmente con logiche computazionali del Settore dell’Ambiente Costruito.
Possibile, certo, persino probabile: ma ciò difficilmente avverrebbe sostituendo gli operatori, magari con automi: semmai sono gli algoritmi invisibili a potere etero-dirigerli.
Una volta di più, però, la digitalizzazione come vettore di servitizzazione, di immaginario, di intangibile, appare il problema per gli attori della Domanda e dell’Offerta: se il ciclo di vita venisse sostituito dal ciclo della vita, il business cambierebbe.
Chi lo gestirebbe? Lo si è capito meglio da parte dei committenti pubblici o degli sviluppatori immobiliari?


Prof. Arch. Angelo Ciribini
DICATAM, Università degli Studi di Brescia